Un altra mattina.

Di quelle che a fatica riesci ad abbandonare sogni e mondi paralleli per tuffarti nella quotidiana routine.

Da un pò di tempo lascio la macchina sottocasa e scendo a piedi, specialmente quando so che potrò farne a meno anche al lavoro.

Affrontare lo stesso percorso, in una sequenza quasi identica, meccanica, tutti i giorni sembra quasi un film surreale.

Fare lo stesso percorso a piedi invece ti fa cambiare prospettiva, vedi le cose da un diverso punto di vista, incontri gente, bambini assonnati e mamme di corsa per non perdere la scuola.

Quei cinque minuti in più che perdi a piedi ti danno tempo per pensare, ti danno tempo per riflettere.

E’ già trascorso un anno dall’ ultima volta che siamo stati felici, l’ ultimo carnevale dei bambini in piazza, delle foto piene di colori.

Già in quei giorni aleggiava nell’ aria il pericolo che questo virus potesse invadere anche la nostra terra, ma per quel giorno, per carnevale, potevamo ancora stare spensierati e goderci quell’ ultimo giorno.

La serenità è durata solo un paio di settimane: di colpo quell’ incubo si è materializzato dal nulla e

dal nulla ha sconvolto le nostre vite.

Mentre mi perdo in queste riflessioni, giungo in piazza e mi viene naturale entrare in chiesa, cosa che faccio quasi ogni mattina.

Appuntamento fisso quando non sono in ritardo, è un modo per fare il punto della situazione, un modo per tirare le somme del giorno precedente, un modo per fare pianificare quello che mi si prospetta in quella giornata.

In silenzio, prego pure ogni tanto.

In silenzio osservo santi e persone, gesti semplici che mi scivolano accanto mentre giochi di luce fanno da sfondo, ora flebili ora prepotenti, tagliando di netto tra chiaroscuri le navate della chiesa Madre.

Di colpo il silenzio si fa più assordante.

Di colpo realizzo il senso di vuoto che quei banchi vuoti mi trasmettono.

E faccio mio il pensiero che in questo anno passato quello che pesano di più sono le assenze.

Tutte quelle persone cioè che da sempre hanno colorato il trascorrere dei giorni e che ora sorridono appena e ti salutano appena, come se un velo di tristezza si fosse posato sui loro occhi, unico punto del corpo fieramante rimasto a trasmettere emozioni.

Anche i bambini, se ci fate caso, sembrano più tristi: coi loro occhioni giganti cercano di intravedere i volti di chi hanno davanti e non riescono a capacitarsi di cosa siano tutte quelle maschere, ora bianche ora dai colori più disparati, che coprono le facce di tutti.

Magari pensano che ogni giorno sia carnevale, ma non sentono musica nè vedono volare coriandoli.

Ormai e’ ora di andare.

Inizia un altra giornata.

Pino Mignano – 5 marzo 2021.

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